
Lo scatto di Robert Doisneau coglie con efficacia l’evoluzione di un processo relazionale che può interessare qualsiasi coppia. Mi piace definirlo la “divergenza dello sguardo”.
Nel dettaglio della fotografia incorniciata, all’uscita della chiesa, gli sposi sorridono e guardano nella stessa direzione, simbolo di un progetto di vita condiviso. Osservandoli nella quotidianità, emerge invece un progressivo disallineamento: gli sguardi non sembrano più convergere sul medesimo orizzonte.
Questa distanza raramente nasce da un singolo evento. Più spesso è il risultato di un processo lento e silenzioso, alimentato dalle richieste della vita quotidiana e dalla progressiva riduzione degli spazi di incontro e di dialogo.
La richiesta di terapia arriva frequentemente quando tale distanza diventa evidente. Il lavoro terapeutico consiste allora nel rendere osservabili le dinamiche che l’hanno generata e nel favorire la ricostruzione di significati condivisi, affinché i partner possano tornare a orientare il proprio sguardo verso una direzione comune.
Spesso mi dicono che per loro la terapia è l’ultima spiaggia.
Rispondo loro dicendo che: può essere la spiaggia sulla quale ritrovarsi, ancora una volta, ad ascoltare il rumore del mare. Oppure quella da cui salutarsi, sapendo di aver finalmente imparato ad ascoltarsi.